La chirurgia del seno mascellare e le alternative terapeutiche

Prof. Carlo Maiorana , Prof. Mario Mantovani , Prof. Lorenzo Pignataro , Dott. Tiziano Testori
ott. 16, 2010, 9 a.m.
Il rialzo del seno mascellare è attualmente una tecnica implantare comunemente accettata per la riabilitazione protesica dei settori edentuli latero-posteriori del mascellare superiore.
La condizione di edentulia determina una progressiva atrofia ossea a livello alveolare che, di solito, è associata a una progressiva pneumatizzazione del seno mascellare; tale atrofia, che si sviluppa nei tre piani dello spazio, deve essere valutata in fase diagnostica in modo tridimensionale. Inoltre, la riduzione volumetrica del processo alveolare è di solito associata a una densità ossea inadeguata che pregiudica un risultato favorevole a distanza del trattamento implantare se non si ricorre a procedure di elevazione del seno mascellare, che aumentino il supporto biomeccanico della ricostruzione protesica.
Anche se, allo stato attuale delle conoscenze, mancano studi clinici longitudinali prospettici randomizzati e gli studi retrospettivi pubblicati presentano delle limitazioni dal punto di vista strettamente scientifico, l’elevazione del seno mascellare non deve più essere considerata una procedura chirurgica sperimentale di straordinaria applicazione priva di basi scientifiche e biologiche.
La funzionalità del seno mascellare non viene alterata se non si interferisce con il naturale ostio di drenaggio, riempiendo il seno fino a obliterarlo completamente.
Le prime pubblicazioni sul rialzo del seno mascellare risalgono agli anni settanta e ottanta e da allora numerosi lavori sono apparsi in letteratura sull’argomento che trattano soprattutto l’approccio Caldwell-Luc, quale metodica più comunemente descritta ed eseguita.
Numerosi materiali sono stati proposti per il riempimento del seno mascellare, tuttavia il “gold standard” rimane l’osso autologo prelevato da sedi intraorali ed extraorali, a seconda delle necessità cliniche.
Il posizionamento immediato degli impianti viene riservato ai casi in cui una sufficiente quantità di osso permetta di raggiungere una stabilità primaria dell’impianto: di solito tale altezza è valutata intorno ai 5 mm, mentre l’approccio dilazionato viene utilizzato quando non è possibile stabilizzare gli impianti durante la prima fase chirurgica.
Dopo aver valutato il paziente dal punto di vista medico-generale e aver accertato che non ci siano controindicazioni generali all’intervento, occorre valutare il tipo di riassorbimento delle creste edentule nei tre piani dello spazio, relazionare tale riassorbimento all’arcata antagonista e progettare la futura riabilitazione protesica in modo tale da poter adeguare il trattamento alla situazione che si deve affrontare.

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